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Le edicole votive a Palermo. Genesi e caratteristiche

Edicole votive a Palermo

Passeggiando per il centro storico di Palermo vi sarà capitato, o prima o poi vi capiterà di notare vari altarini agli angoli delle strade, accanto alle porte di alcune abitazioni, e persino all’interno dei cortili di palazzi nobiliari.

Si tratta di edicole votive, e corrispondono ad una forma d’arte che esprime ed esemplifica il sentimento religioso popolare. 

 I palermitani le chiamano “cappidduzzi” (piccole cappelle), ma più frequentemente “marunnuzze” (Madonnine), poiché la maggior parte di esse è dedicata alla Vergine Maria.

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Le edicole votive sono state edificate, perlopiù, ad iniziativa di privati, allo scopo di compiere un atto puramente devozionale o un atto di riconoscenza verso la Madonna o i Santi, per una grazia ricevuta o semplicemente per il desiderio di proteggersi da pericoli e dal male.

Nel passato erano un vero e proprio punto di riferimento sociale: esse rappresentavano un luogo di aggregazione degli abitanti di tutta una strada, ma anche, a volte, di un intero quartiere.

Lì i fedeli si davano appuntamento per pregare insieme o recitare il rosario. La collocazione di altarini sui muri delle strade e a volte anche agli incroci delle strade di campagna, rappresentava per i viandanti un conforto: essi avevano  l’opportunità di chiedere protezione per il viaggio intrapreso, e inoltre, grazie ai lumini posti dai devoti davanti all’immagine sacra, il loro cammino notturno veniva rischiarato e reso più sicuro.

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La consuetudine di edificare piccole costruzioni da destinare al culto affonda le sue origini nel lontanissimo passato.

Da sempre l’uomo ha sentito la profonda necessità di avere un rapporto diretto con la dimensione sovrannaturale, con un’entità in grado di proteggere il suo cammino e le sue attività, di preservarlo dalle insidie e aiutarlo nei momenti di difficoltà.

Bisogna risalire addirittura agli egizi per trovare le prime forme di costruzioni votive in miniatura, da collocare all’interno o all’esterno del tempio per ospitare le divinità meno importanti.

Il termine “edicola” è di origine latina e significa infatti “tempietto”, nel senso di diminutivo di aedes, da cui deriva aedicula. Nell’antica Roma, il culto pagano dei Lari (numi tutelari) era molto sviluppato.

Essi rappresentavano gli spiriti protettori degli antenati defunti che vegliavano sul focolare domestico e sulle proprietà.

Le loro immagini erano poste nei “Larari”, sorta di nicchie poste dentro la casa, lungo le strade o agli incroci. Col Cristianesimo le immagini degli Dèi furono sostituite con quelle di Gesù, della Madonna e di alcuni santi.

Nel Medioevo l’edicola votiva viene anche identificata come tabernacolo, ossia diminutivo di “taberna”, tavola di legno  con cui si costruivano le capanne; da qui il significato di “dimora del Signore”. Oggi il termine indica la teca entro cui è custodita l’ostia.

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La tipologia delle edicole votive è vastissima. Quelle più grandi sono dette a cappella, e consistono in un piccolo edificio che oltre all’altare ha anche lo spazio per accogliere qualche persona.

Altro tipo è l’edicola a vela: si tratta di una costruzione indipendente, posta in genere agli incroci delle strade, con una nicchia all’interno in cui si trova l’immagine sacra.

Infine, quelle senza dubbio più numerose sono le edicole dette a nicchia, caratterizzate da una rientranza dalle svariate forme, e ricavate su una parete esterna di un’abitazione o lungo una strada.

Anche la raffigurazione dell’immagine sacra è molto varia, sia nelle forme sia nei materiali usati, e va dalle statuette in ceramica e terracotta al dipinto realizzato direttamente sulla parete, o addirittura la semplice fotografia dell’immagine da venerare.

La varietà dipende non solo dall’epoca in cui le immagini sono state realizzate, ma anche dalla disponibilità economica del committente. 

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A Palermo anche il Senato, le autorità ecclesiastiche e le famiglie nobiliari fecero realizzare edicole votive.

Il committente si occupava altresì della manutenzione e della decorazione dell’altarino.

Spesso anche il popolo contribuiva con donazioni, per non far mancare ceri, lampade e fiori freschi.

Gli arcivescovi accordavano giorni di indulgenze plenarie o remissione dei peccati a coloro che recitavano preghiere davanti all’immagine sacra.

A testimonianza del grande valore e significato che queste piccole opere d’arte disseminate nella città antica e nei piccoli paesi di provincia avevano nel passato, in alcune di esse si ritrovano anche piccole lapidi marmoree, le cui iscrizioni riportano il nome del committente, il motivo dell’edificazione, e, nel caso di un’edicola ufficiale voluta da un’istituzione ecclesiastica, persino il numero di giorni di indulgenze concesse ai fedeli.

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Le edicole votive sono senza dubbio evidenze di un lontano passato da custodire e preservare.

Marilù Fichera

                                                                      

 

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